Il #coronavirus non è una metafora.

leonardolugaresi

Qua nel belpaese fino all’altro giorno ci si baloccava con il “virus del razzismo”, il “contagio della paura” ed altre acutezze del genere.

Il fatto è che ci siamo sin troppo abituati a vivere di metafore. Ciò che conta, si sostiene, sono le rappresentazioni, anzi le narrazioni, e così un po’ tutti oramai fanno i poeti: comunichiamo “per immagini”, evochiamo suggestioni, più che enucleare concetti; cerchiamo di emozionare più che di argomentare, coltivando la polisemia delle espressioni a scapito della chiarezza, ed evitando con disprezzo la precisione del linguaggio bollata come segno di aridità e rigidezza. Definire pare brutto, chiarire inopportuno: non solo nella comunicazione politica ma anche in quella ecclesiale, oggigiorno si preferisce spesso la vaghezza di “parole alate” che non è educato chiedersi che cosa di preciso vogliano dire, alla semplicità di un linguaggio che chiama le cose col loro nome.

Ecco, il Sars-CoV-2 non è una…

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