Dante confessa il papa (ma non lo assolve). [#Dante, Inferno, canto XIX, quarta parte]

leonardolugaresi

«Io stava come ‘l frate che confessa / lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto, / richiama lui per che la morte cessa» (vv. 49-51). Sono convinto che Dante volesse a tutti i costi arrivare qui, a questa scena sorprendente e bizzarra: lui, un semplice laico, che ascolta, nella posa di un confessore, l’accusa dei peccati di un papa piantato a testa in giù, che scalcia, si dimena e, scambiando il poeta per un suo successore, denuncia le malefatte di costui. L’effetto carnevalesco (nel senso di Bachtin) della rappresentazione è potente e rappresenta il culmine di quella operazione di “rovesciamento” che abbiamo detto essere alla base di tutto questo canto.

Per poter costruire questa situazione così stramba, l’autore si è dovuta inventare la pensata (abbastanza gratuita, infatti) di Virgilio che propone a Dante di scendere al fondo della bolga (vv. 34-35: «Se tu vuo’ ch’i’ ti porti / la giù…

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