Una città di ladri. (#Dante, Inferno, canto XXVI, vv.1-12)

leonardolugaresi

Il canto XXVI è così grande – e tosto! – che sarà meglio sbocconcellarlo e masticarlo bene un po’ alla volta.

I primi dodici versi appartengono ancora tutti alla materia del canto precedente e ce la completano. Presi dallo spettacolo delle metamorfosi, infatti, noi non avevamo badato molto al fatto che gli interpreti della rappresentazione erano tutti fiorentini. Ma Dante ci bada eccome. In una mentalità come la sua, molto più relazionale della nostra, non è neppure concepibile l’individuo a se stante, l’uomo astrattamente e “monadicamente” inteso – che è invece quello da cui tendiamo sempre a partire noi, per poi magare parlare molto (e vivere poco) di relazioni: l’uomo, nella concezione dantesca, è sempre “uomo di” qualcuno e/o qualcosa. «Chi fuor li maggior tui?» è la prima domanda che gli rivolge Farinata, ed egli trova perfettamente naturale che sia così. A questo mondo, si è sempre “di” una famiglia…

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