Il debito amore e l’ardore di Ulisse. (#Dante, Inferno, canto XXVI, vv. 85-99)

leonardolugaresi

Quando Ulisse inizia a parlare, è come udire la voce di un oracolo: «Lo maggior corno della fiamma antica / cominciò a crollarsi mormorando, / pur come quella cui vento affatica; // indi la cima qua e là menando, / come fosse la lingua che parlasse, / gittò voce di fuori e disse […]» (vv. 85-90). Le parole che finalmente seguono, dopo questo faticoso avvio, sembrano aver fatto una lunga e misteriosa strada prima di arrivare al poeta (e a noi,) e il senso di lontananza  è accentuato dal fatto che non c’è interazione diretta tra Dante e Ulisse: solo Virgilio è abilitato a interrogare il personaggio omerico, e noi, con Dante, stiamo ad ascoltare, come assistendo ad un rito sacro. È escluso quindi il coinvolgimento emotivo e il genere di pathos che avevano caratterizzato l’incontro con Francesca. Le parole di Ulisse sono, per così dire, parole assolute

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