I giganti del mondo: imponenti e stupidi. (#Dante, Inferno, canto XXXI, seconda parte)

leonardolugaresi

All’inizio del canto, assenze: i due che lasciano Malebolge senza dire una parola («Noi demmo il dosso al misero vallone / […] attraversando sanza alcun sermone», vv. 7.9); attorno a loro né luce né tenebra, la penombra descritta per sottrazione: «Quiv’era men che notte e men che giorno» (v. 10).

Sola presenza, il suono alto e terribile di un corno. Come quello di Orlando, il più famoso suono di corno dell’epica medievale? Sì, come quello; ma la terzina che gli è dedicata mette una pietra tombale su tutta la gloria e l’eroismo della Chanson: «Dopo la dolorosa rotta, quando / Carlo Magno perdé la santa gesta, / non sonò sì terribilmente Orlando» (vv. 16-18). Roncisvalle qui è solo una sconfitta, nessuna luce avvolge il paladino. Con le canzoni di gesta abbiamo chiuso.

Son torri, quelle che intravediamo laggiù? Se son torri, vuol dire c’è una città, …

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