“Ci vorrebbe la pena di morte!” E i Pisani, ammazzarli tutti. (#Dante, Inferno, canto XXXIII, 76-90)

leonardolugaresi

Come si  fa ritornare “tra noi”, sulla terra, in una dimensione in qualche modo normale, tra uomini comuni … dopo aver visto il Male? Come si fa a scrivere ancora dei versi, dopo Ugolino? Ecco un problema letterariamente insolubile.

Il genio poetico di Dante lo affronta in questo modo. Per prima cosa si sbarazza di Ugolino (sia del narrante, con la sua menzogna, sia del narrato con l’insostenibile verità della morte del padre da lui incarnata) relegandolo immediatamente in una ferinità del tutto contrastante con l’altezza tragica inscenata fino ad un momento prima: «Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti / riprese ‘l teschio misero co’ denti, / che furo a l’osso, come d’un can forti» (vv.76-78). Siamo lontani perfino dal «fiero pasto» del verso iniziale: qui non c’è più umanità e non c’è più carne, solo teschio e ossa. Non c’è più neanche l’ossessione (antropofagica) del mangiare…

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