Conoscenza al buio. (#Dante, Purgatorio, canto XVI, vv. 1-15)

leonardolugaresi

Questo canto comincia con la parola «buio», che è una parola forte, di quelle che parlano già col loro suono: è nera e ci inghiotte, infatti, al solo pronunciarla. Qui poi non è un buio qualsiasi, ma proprio tenebra assoluta: «Buio d’inferno e di notte privata» – recitando il verso, a questo punto non ci sfugga l’impressionante vuoto spalancato dall’enjambement – «d’ogne pianeto, sotto pover cielo, / quant’esser può di nuvol tenebrata» – una terzina intera tutta piena di buio – «non fece al viso mio sì grosso velo / come quel fummo ch’ivi ci coperse, né a sentir di così aspro pelo, // che l’occhio stare aperto non sofferse» (vv. 1-7). L’insistenza sulla cecità è così marcata che il lettore dovrebbe accorgersene e stare all’erta. Io invece, in tanti anni, non avevo mai colto il sublime paradosso di questo esordio e mi ero accontentato del simbolismo, così piano…

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